Interviste
La videointervista
Nicola Gardini: “Dire e ascoltare il dolore”
Di Giovanna Zucconi, Nicola Gardini
Che cos'è, e che cosa non è? Come sappiamo, il dolore è difficile da definire, da esprimere, da condividere. Eppure, in misure e maniere diverse, è un'esperienza che riguarda tutti - come testimoni oppure in prima persona.
Leggendo i classici, guardando alla medicina narrativa e ripercorrendo una dolorosa (appunto) vicenda privata, Nicola Gardini cerca le parole per dirlo. Oltre le vecchie metafore belliche, ormai logore e incapaci di portare comprensione e sollievo.
In dialogo con Giovanna Zucconi, lo scrittore e pittore Nicola Gardini approfondisce il tema del dolore, della ricerca di parole e metafore per definire la sofferenza. Un’indagine umana e letteraria, a partire dai libri “Eco in una casa vuota” e “Io sono salute”.
Riprese e montaggio sono di Alessandro Semplici.
Dal dialogo abbiamo estratto alcuni brani significativi. Eccoli.
COME DEFINIRE IL DOLORE
“La letteratura ha provato a trovare una lingua per il dolore, ci è riuscita in parte, la sta ancora cercando. La medicina stessa non c’è riuscita, questo lo ammettono i medici stessi, non ci sono indici sicuri per stabilire quanto il dolore ci colpisca. E allora quanto credere a chi dice di star male, quanto è serio quel dolore, quanto è serio il dolore che fatica addirittura a pronunciarsi?”
LA CASA VUOTA, UN CORPO CHE NON RICONOSCE SÈ STESSO
“Il titolo Eco in una casa vuota è una metafora non di mia invenzione, l’ho ripresa da uno scrittore francese, Alphonse Daudet ,che tenne un diario di dolore intitolato appunto La doulou, termine provenzale che significa “il dolore”. Quest’uomo contrasse una sifilide da giovane, riuscì a vivere abbastanza lungo da diventare uno scrittore di fama e in questo diario racconta le sofferenze che la malattia gli procura. Proprio perché non esiste una lingua pronta per il dolore, Daudet inventa molte metafore. Questa è una delle metafore che io ho più amato perché dice la desolazione dello stato in cui finisce il corpo, l’eco è una voce che si allontana, è un’ombra di voce, la casa vuota è il corpo che non riconosce più se stesso, un corpo disabitato ormai, disabitato perché non c’è più abbastanza vita. Però è pur sempre un richiamo, un’eco, comunque giunge a qualcuno. Il doloroso invoca infatti ascolto. Mi sembrava un titolo giusto per un lavoro come questo in cui io mi pongo anche come testimone.”
ESPERIENZA PERSONALE O SAGGIO?
“Ecco: forse il memoir nasce prima del saggio, io ho assistito una persona colpita da grande e grave dolore e ho cercato di farne qualcosa. Il libro è una ricerca di una lingua per il dolore, naturalmente lingua provvisoria, parziale, ma è anche lo sforzo di trovare un’utilità sociale al dolore. Il mio punto di vista non è religioso, è totalmente laico: che cosa ce ne facciamo noi del nostro dolore e del dolore degli altri?”
NUOVE METAFORE PER DEFINIRE IL DOLORE
“Stranamente esiste una specie di culto dell’ermetismo tra coloro che assistono al dolore altrui, cioè non si può dire, ci si ferma alla soglia. Invece io, un po’ come Primo Levi che condanna la poesia oscura di Paul Celan, credo che le possibilità del linguaggio non finiscano mai. La metaforicità è un soccorso sicuramente e noi possiamo continuare a far crescere le metafore, prima di tutto ascoltando quelle dei dolorosi e poi rispondendo noi con nuove metafore. Intervenendo sul linguaggio noi porteremo sollievo, troveremo un dialogo. Per affrontare il dolore occorre capire quello che non è e anche quello che è, quello che lo definisce. Il discorso impossibile, parziale o mancato sul dolore risente di una millenaria abitudine nostra di contrapporre i concetti, quindi salute-malattia, vita-morte, dolore-non dolore: ma il non dolore che cos’è? In effetti un termine opposto al dolore così evidente non si trova, eppure lo si presuppone e proprio per questo il dolore viene radicalizzato, assolutizzato in termine negativo. Se noi invece rinunciamo queste antinomie così nette, il dolore torna a circolare dentro uno spazio concettuale ancora aperto, morbido, morbido non nel senso di morboso, ma accogliente, avvolgente, cerca di legarsi ad una spinta a una nuova forma di armonia.”



