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Fuori margine

07 Novembre 2025

L'articolo

Quei migranti invisibili saremo noi

Di Mauro Garofalo

Non vogliamo vedere la crisi climatica. Non guardiamo alle tante guerre in corso, e ai loro effetti sull'ambiente. Teniamo profughi e migranti lontano dai nostri sguardi. Ma tutto è connesso, tutti siamo connessi, e i destini sono incrociati.

Mentre il mondo degli adulti e del potere non sa, o finge di non sapere, uno scrittore e giornalista come Marco Garofalo va, guarda, racconta. E spiega perché sulle rotte delle migrazioni in Bosnia-Erzegovina c'è il prossimo nostro. E i prossimi potremmo essere noi.

Lo scorso anno sono andato in Ucraina per verificare il livello di inquinamento delle falde freatiche a seguito dei bombardamenti, dei liquami percolati nella faglia là dove i carri armati colpiti stavano, ribaltati, nei campi a ossidare. Quando potranno raccogliere di nuovo il grano, i contadini, mi ero chiesto, e quanti animali erano stati uccisi? Durante una guerra chi fa la conta dei danni ambientali, e l’aria che le persone respireranno è tossica?
Pensiamo a chi viveva vicino a Chernobyl, e ora a Zaporizhya. O a Fukushima, o agli atolli delle Isole Marshall dove vennero testate le bombe nucleari: interi ecosistemi fatti saltare in aria, distrutte le comunità animali, la terra inquinata, per non parlare dei residui bellici o delle scorie interrate sotto i nostri piedi, uno dei più famosi “buchi” si trova nella civilissima Norvegia…
Viviamo tempi di “guerre a bassa intensità”, come le ha chiamate qualcuno. Non siamo di fronte a un’unica guerra totale ma a conflitti sparsi ovunque: l’ultimo, le portaerei americane davanti al Venezuela; poi la lista è lunga: Ucraina, striscia di Gaza, focolai di recrudescenza nell’Africa subsahariana, colpita dalla siccità e dalla malnutrizione, ancora una volta zona di conquista del post-post-colonialismo del colosso cinese; persino Groenlandia e Artide, con la fusione dei ghiacci a causa del surriscaldamento globale, fanno gola a molti governi che, già, vedono i possibili sbocchi commerciali.
Si continua a ignorare che le temperature medie del pianeta si stanno alzando, molto più velocemente dell’1,5°C che ci si era prefissi con l’accordo di Parigi, da cui poi si sono ritirati gli Stati Uniti sotto il presidente Trump (e qui si aprirebbe la questione della rappresentanza politica dei leader mondiali, delle élite al potere, dei nuovi e vecchi populismi, della crisi delle sinistre mondiali e della svolta “a destra” della nostra epoca).
Il vecchio mondo fa fatica a lasciare spazio al nuovo. Dopo un momento di lucidità, durante la pandemia di Covid-19, abbiamo smesso di parlare e di preoccuparci delle questioni legate all’ambiente, e di crisi climatica. Lo fanno solo le giovani generazioni. Ancora troppo distanti dall’ottenere ruoli e responsabilità. Ancora minimizzati, messi da parte, poco ascoltati anche quando – come quelli di Ultima Generazione – compiono azioni shock per risvegliare coscienze. Ma non c’è shock che tenga. Siamo tutti deprivati della realtà, viviamo in bolle spazio-temporali che iniziano e finiscono dentro gli schermi dei nostri smartphone.
Di fronte ai volti di bambini, e donne, e vecchi in fila uccisi per un tozzo di pane, ci siamo risvegliati. Eppure.
L’uragano Melissa ha devastato i Caraibi, il Mediterraneo è ormai un hotspot climatico, la Sicilia e mezza”Spagna in estate rimangono senza elettricità a causa del sovraccarico energetico (per l’aria condizionata, ma ancora di più farà l’IA che è estremamente “energivora”); e ancora, deserti infuocati in Australia, gli ecocidi compiuti dalle multinazionali che scavano per trovare le terre rare, o disboscano foreste. Come fanno i cocaleros in discesa da Bolivia e Colombia, uccidendo gli indigeni, e abbattendo pezzi di foresta amazzonica in Perù.

Alcuni scatti di Mauro Garofalo dal viaggio in Bosnia-Erzegovina lungo la rotta balcanica.

In Bosnia-Erzegovina sono andato a cercare quali siano oggi le nuove rotte dei migranti, compresi quelli del clima. Guerre e clima insieme. Due facce della stessa medaglia.
Quella che prima veniva genericamente chiamata rotta balcanica, al momento si è spostata sulla rotta dei Balcani occidentali. Le guerre da un lato e il clima dall’altro stanno dirottando i migranti nel nuovo “Game”: se vivi passi il confine, chi non ce la fa muore.
Ismail e Hassan, Fatima e Abdul, Lathya, René, Pardyn, Ahsma, David. Arrivano da Bangladesh, Marocco, molti in questo ultimo periodo anche dalla Palestina, ci sono sempre gli afghani che cercano un riparo, un posto nel mondo che non trovano. E no, non sono diversi da noi né migranti cattivi, non tutti. La mela marcia c’è ovunque, e anche nei campi profughi a volte si trova chi cerca di lucrare sulle sventure dei propri fratelli e sorelle, invece che cooperare. Questo fa l’uomo: si fa lupo per gli altri. Mentre i lupi-animali ci sono, eccome, così gli orsi, e le linci, e i cervi. Molti umani muoiono per gli stenti, durante il passaggio nei boschi bosniaci, freddo e gelo come nell’altro pezzo di tratta che avevo visto nella foresta di Białowieża, al confine tra Polonia e Bielorussia.

Al campo di Lipa, in pieno Parco nazionale, in mezzo a splendidi paesaggi a qualche chilometro da Bihać, nel Cantone Una-Sana, centinaia di migranti vennero stipati (era il 2020) in modo tale che da alcuni osservatori esterni quel campo venne definito: “al di sotto di ogni standard umano e umanitario minimo”. Oggi le condizioni sono migliorate, al posto delle tende ci sono dei container, con bagni chimici e stradine che collegano le abitazioni temporanee. Ma i giorni sono tutti uguali qui. Intorno, la natura. Ma non si può uscire. Gli ingressi al campo sono vietati, così le riprese, le foto.
Non vogliamo vedere i profughi. Vogliamo che stiano lontano da noi. Dimentichiamo che sono persone. È il primo passaggio che occorre, la disumanizzazione e l’elenco numerico. Se di fronte ho un numero, e non una persona, posso ignorarlo.
Invece sono bambini, molti i minori non accompagnati di cui si occupa Silvia Maraone, coordinatrice per IPSIA, una Ong che qui in Bosnia-Erzegovina lavora da molti anni su temi scomodi come l’accoglienza,  e in maniera ampia, per esempio con sistemi di tracciamento e sentieristica di montagna che permettono, anche a chi attraversa questi boschi in cerca di fortuna, di non perdersi, o peggio morire.

Alcuni scatti di Mauro Garofalo dal viaggio in Bosnia-Erzegovina.

Pensiamo che i migranti siano solo sporchi e poveri – la stessa cosa che riscontrò Steinbeck quando accompagnò per un anno i contadini in esodo verso la California ai primi del Novecento, da quel viaggio ne trasse quel capolavoro che è Furore (titolo originale, Grapes of Wrath che suona un po’ come “grappoli o acini di rabbia”); e in fondo è tutta qui la nostra paura. Questo è il punto sulla mancata politica dell’accoglienza. Residua nelle nostre menti occidentali non tanto, o non solo, la paura del diverso quanto, piuttosto, l’idea che l’altro sia sempre inferiore a noi, per qualche ragione. E questo discorso lo applichiamo anche agli animali che, a proposito di linguaggi diversi, appartengono addirittura ad altre specie.
Solo che la Natura è una. Te ne accorgi in Bosnia quando transiti nei sentieri del Parco Nazionale del fiume Una. Le cascate che a fine ottobre hanno poca acqua. Non fa freddo, alcuni giovani in città sono ancora in maniche corte. Sui sentieri del parco le foglie iniziano già a cadere, i boschi mutano al cospetto del cambio delle stagioni e l’autunno alle porte trasforma le chiome dei faggi, dei larici, degli abeti.

La prima edizione di Grapes of Wrath di John Steinbeck e l’ultima traduzione italiana.

Sono gli stessi boschi che attraversano i migranti, anche quelli che ultimamente arrivano da Indonesia e Palestina, scappando da luoghi resi invivibili, nel primo caso dall’innalzamento delle acque, nel secondo dalla distruzione dell’habitat.
Quelli saranno territori che difficilmente si riprenderanno. In Indonesia, è in corso lo spostamento della capitale, da Giacarta minacciata dall’innalzamento del mare a una nuova città, Nusantara, in costruzione nella foresta del Borneo: di nuovo, erodendo pezzi di foreste. E nella striscia di Gaza, come nel caso dell’Ucraina, mi chiedo: quanti cavalli e asini saranno stati uccisi? Quante mucche, e il percolato di ammonio come ha ridotto la faglia acquifera? E le coste di Gaza?

Non sono domande peregrine, tutt’altro che ingenue, come vorrebbe qualcuno che voglia far passare tali questioni, derubricandole a esercizi per ambientalisti radicali.
L’uomo è parte della natura, l’agricoltura utilizza il terreno per trarne cibo e bevande, come il vino, antiche quanto il mondo conosciuto.
La Terra si salverà da sola. Noi no. Noi ci “salveremo” dall’emergenza climatica che avanza se vedremo in faccia le persone che arrivano da tutto il mondo e che scappano da situazioni che non ci riguardano oggi. Ma domani?
Io le ho viste le donne alla mattina presto che stendevano i panni, sotto una tiepida aurora. I cinghiali con le zanne forti, le mamme con i piccoli al seguito. Uno scoiattolo aranciato, e una volpe.

Come quelli che passano dalla Bosnia provando il “Game” (l’ultima versione è il “taxi game”, a bordo di auto o dentro i cofani delle macchine) potremo essere noi domani. Quando le coste della Florida, Venezia che tenta di resistere all’acqua alta, da quanto? L’inquinamento della Pianura Padana miete più vittime di cancro ai polmoni che qualsiasi altro luogo del mondo, ricordate le immagini di Pechino con la sua nebbia malata?

Dovremmo proteggere e salvaguardare ciò che abbiamo di più caro, e che ci è dato “in prestito” dalle generazioni future, invece siamo in trance tecnologica. Di nuovo, l’uomo da una parte e la natura dall’altra. La crescita a tutti i costi, in cui vincono le Big Tech, le Big Pharma, la Grande Dimensione Organizzata. Al contrario, la vera svolta sarebbe la transizione verde, l’abbandono dell’era dei fossili, del patriarcato che esprime solo sé stesso, del trumpismo incarnato che vuole “un solo uomo al comando”. Al suo posto, fatalmente, lo sviluppo cooperativo, in grado di accogliere la molteplice identità – in trasformazione continua – dei suoi co-abitanti: il regno animale, quello vegetale, minerale, virus e batteri; l’unico capace di interpretare l’attuale giro di vite sul pianeta blu.

In uno dei centri della Ong IPSIA che opera in Bosnia-Erzegovina incontro bambine di un anno che provano i primi passi col girello, altre due fra i 3 e i 5 anni parlano un misto tra inglese e slavo. Sono i bambini e le bambine che vengono ospitati nelle speciali strutture per “minori non accompagnati”, una delle piaghe più pericolose di ogni conflitto: il rischio non sono, solo, le implicazioni socio-sanitarie, o psicologiche, c’è la tratta dei minori, i trafficanti di organi.

Nel centro IPSIA ci sono anche adolescenti, giocano a pallone, cucinano, vanno in bicicletta. Tra loro c’è Anya – la chiameremo così. Anya ha 12 anni, ha perso l’udito quando ne aveva 3 a seguito dei bombardamenti che hanno ridotto il suo Paese, la Siria, nell’ennesimo luogo di rovine. Anche lei è nel “centro per minori non accompagnati” di Bihać. I suoi genitori sono rimasti in Siria. Anya come molti altri è in attesa che qualche governo accolga la sua domanda di cittadinanza. Così che siano garantiti i diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo firmata a New York nel 1989.

Come facciamo a ignorare che il problema esiste, e che è molto più esteso dei nostri piccoli orti? Quando ci accorgeremo che l’orso e il lupo, e la volpe, e i boschi, hanno diritti? I fiumi a restare puliti, i funghi a prosperare nel sottobosco sotto i nostri piedi, dove i lombrichi scavano e rendono ossigeno al suolo, e lo fanno così più produttivo, persino. Quando la smetteremo di mangiare carne di animali allevati in Big Farm, al solo scopo di essere uccisi? È questo il rispetto per l’altro?, mi domando rientrato nella civile Italia In Bosnia-Erzegovina passano i migranti del mondo. Migrano gli uccelli, anche se meno, perché fa più caldo. Gli orsi, che vanno in letargo più tardi perché non fa freddo. Lo siamo tutti, migranti, prima o poi, in un modo o in un altro.

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