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Tra le righe

03 Marzo 2026

L'approfondimento

Rettili nel fango

Di Edward Dolnick

Quando nell’Ottocento le prime ossa giganti riemersero dal terreno, l’umanità scoprì stupita che sulla Terra erano esistite creature mai immaginate.
Un estratto da "A cena con il dinosauro" di Edward Dolnick racconta quel momento di meraviglia assoluta che avrebbe cambiato per sempre la nostra concezione della vita sul pianeta.

Per i nostri antenati, all’inizio dell’Ottocento, la scoperta di ossa e di impronte fu una novità emozionante e strabiliante. Non era soltanto una nuova scoperta scientifica, come l’avvistamento in orbita di un satellite in più attorno a un lontano pianeta. Era la prova dell’esistenza di vita là dove nessuno l’avrebbe mai immaginata.
Pensiamo agli astronomi di oggi, convinti che i terrestri non siano soli nell’universo. Da decenni rivolgono i telescopi al cielo, alla ricerca di segnali nel vuoto sconfinato. Finora niente. Gli scienziati e i cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano stupefatti. Tennyson immaginò un mondo perduto nel quale vissero “rettili preistorici che si straziavano l’un l’altro nel fango”.

Questo disegno drammatico è tratto da un libro del 1851, intitolato A History of All Nations, che parla di storia e preistoria. Gli scontri violenti fra creature preistoriche furono fra i soggetti preferiti dai primi illustratori.

Forse, se avessero avuto sentore di un mondo popolato da bestie enormi e violente, Tennyson e i suoi contemporanei sarebbero rimasti meno sbalorditi. Ma gli alieni del XIX secolo, come abbiamo visto, comparvero all’improvviso e il pubblico fu colto di sorpresa; a noi – che da decenni siamo al corrente della ricerca degli extraterrestri – non potrebbe mai succedere. Proviamo per un istante a immaginare che oggi accada qualcosa di simile. A pensare a come saremmo se non avessimo mai sognato l’esistenza di forme di vita al di fuori della Terra. E poi immaginate che una notte una navicella spaziale si materializzi qualche decina di metri sopra il centro di Manhattan e faccia un lento e solenne giro sopra i grattacieli.

Una delle difficoltà maggiori, quando si cerca di immaginare il passato, consiste nel dimenticare che i nostri predecessori non sapevano come sarebbe andata a finire. Quando leggiamo della Grande Depressione o dell’ascesa del nazismo, sappiamo come si sono svolti i fatti. È difficile tenere a mente che nessuno negli anni Trenta aveva un simile privilegio. Ma se ci avventuriamo nel passato con il bagaglio delle nostre conoscenze moderne ci perdiamo la parte emozionante della storia, non cogliamo le paure, le speranze, le illusioni e le aspettative della gente.
Nel caso delle scoperte dei dinosauri, non solo nessuno sapeva com’era finita la storia ma, cosa ancora più importante, non aveva la minima idea di come fosse cominciata.
Questo rende la storia dei dinosauri quasi unica nel suo genere. Ogni tanto ma non spesso, è capitato che qualcuno, alle prese con la vita di tutti i giorni, alzasse lo sguardo e vedesse qualcosa che non avrebbe mai immaginato di vedere. Per esempio un vascello con alti alberi e vele gonfie che appare all’orizzonte, in acque in cui non si era mai visto niente di più grande di una canoa. O un forestiero che arriva all’improvviso in una valle tanto remota che i suoi abitanti, fino ad allora, avevano creduto di essere soli al mondo.
Di tutti questi primi incontri, nessuno è più incredibile di quello che si è verificato quando gli umani si sono imbattuti per la prima volta nelle ossa, nelle impronte e in altre prove del fatto che molto tempo fa la Terra era popolata da dinosauri. Che effetto faceva vedere qualcosa che nessuno aveva mai visto prima?

La storia dei dinosauri cominciò a definirsi come la conosciamo oggi intorno al 1800, ma ebbe quasi inizio molto tempo prima, nel 1677. Quell’anno, alcuni operai al lavoro in una cava situata a circa trenta chilometri di distanza dall’Università di Oxford trovarono un osso enorme. Lo portarono a Robert Plot, un naturalista molto stimato, nonché il primo curatore dell’Ashmolean Museum di Oxford. Era raro cogliere Plot in contropiede – lo chiamavano “l’erudito dottor Plot” – ma quella volta rimase perplesso. Si trattava certamente di “un vero osso, ormai pietrificato”, scrisse, ma un osso di chi?
L’osso era spezzato a un’estremità, ma la frattura era netta e secondo Plot la parte intatta sembrava proprio la parte inferiore di un femore. Sennonché, doveva trattarsi di un femore enorme: misurava più di sessanta centimetri di circonferenza e pesava circa nove chili. Era troppo grande per avere senso, borbottò. “Non sarà facile trovare un animale di queste dimensioni”, scrisse, “cavalli e buoi sono decisamente troppo piccoli”.
Plot la buttò lì. “Dev’essere l’osso di un elefante” portato in Gran Bretagna più di mille anni prima della conquista romana. L’idea non era malvagia, lui stesso però ammise di avere qualche dubbio. In Inghilterra erano state trovate altre ossa giganti, osservò, e se anche quelle erano ossa di elefante, com’era possibile che nessuno avesse mai trovato una di quelle “grosse zanne di cui sono armati”?
E che dire delle ossa giganti ritrovate poco tempo prima in un cimitero dalle parti di Bristol? Elefanti anche in quel caso? Plot confessò di essere perplesso: “Che cosa ci fa un elefante sepolto in un cimitero non è una domanda a cui si possa rispondere facilmente”.
Poi per la teoria degli elefanti arrivò il colpo di grazia. “Mentre scrivevo queste considerazioni, arrivò felicemente [per un caso fortunato] a Oxford”, ricorda Plot, “un elefante vivo”. Non intendeva dire che in città era arrivato il circo ma che il suo museo aveva ricevuto lo scheletro di un elefante contemporaneo anziché vissuto mille anni prima.
Plot corse a confrontare il suo osso misterioso e le altre presenti nella collezione del museo con quelle dell’elefante. Nessuna corrispondenza! Cavalli no, buoi no e adesso nemmeno gli elefanti. Che cosa restava?
Mise per iscritto l’unica possibilità rimasta. “Malgrado la loro straordinaria dimensione, deve trattarsi di ossa di un uomo o di una donna.”
A sostegno di questa eclatante affermazione, redasse un elenco, lungo diverse pagine, dei casi di giganti registrati nel corso della storia. Alcuni erano stati descritti nell’antichità da autori greci e romani, altri erano più recenti. Il medico della regina d’Ungheria, circa un secolo prima, aveva dichiarato: “Nel raggio di cinque miglia da qui vive una persona alta tre metri”.
Plot citò poi altri casi. Anche la Francia vantava un gigante tutto suo, più o meno nello stesso periodo in cui quello ungherese scorrazzava per le campagne. Il “gigante di Bordeaux” era così alto – avevano riferito testimoni attendibili – che “quando camminava, un uomo di statura normale poteva passargli fra le gambe senza chinarsi”. Per Plot poi, come per molti suoi contemporanei, i racconti biblici avevano più peso degli altri. “Golia era certo alto almeno tre metri.”
Caso chiuso! Il frammento di femore apparteneva a un gigante umano.
A noi, vista da qui, sembra una sciocchezza. Plot però non era uno sciocco. Era di mentalità aperta, era metodico e aveva raccolto tutte le prove che gli era stato possibile reperire. Ma era, come tutti noi, una creatura del suo tempo. E questo, nel suo caso, voleva dire non poter immaginare altri tempi, altre creature e il mondo prima dell’avvento degli umani.
Ipotesi errate come quella di Plot si susseguirono, anche molto tempo dopo la morte dell’erudito. A distanza di ottantasei anni dalle sue osservazioni, al femore gigante fu attribuito per la prima volta un nome scientifico ufficiale. Quel nome rivela un fatto scioccante: quasi un secolo dopo che Plot aveva deciso che un osso tanto grande poteva essere appartenuto solo a un gigante umano, la scienza continuava ad avvalorare la sua ipotesi.
Nel 1763, un medico e naturalista inglese di nome Richard Brookes lavorò a un’enciclopedia di storia naturale in sei volumi. Brookes non ebbe modo di esaminare l’osso, che nel frattempo era andato perduto, ma Plot l’aveva disegnato con cura e aveva preso nota di tutte le misure: era quasi come averlo. Brookes ristampò con precisione il disegno originale di Plot.

 

 

Si trattava effettivamente della reliquia pietrificata di un gigante, concluse Brookes, ma non aveva nulla a che vedere con un femore. Erano senza dubbio un paio di enormi testicoli appartenuti a un gigante umano. Brookes attribu. al fossile il roboante nome latino di Scrotum humanum. (Un naturalista francese di nome Jean-Baptiste-Ren. Robinet si spinse persino oltre, nella stessa malaccorta direzione, individuando qualche traccia di muscolatura e perfino una porzione di uretra.)
L’osso sarebbe stato infine identificato correttamente, ma solo nel 1824. Tutto quel tempo servì per arrivare a una spiegazione che a Plot e ai suoi successori sarebbe sembrata molto più stravagante dell’idea di un mondo popolato da giganti.

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