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Tra le righe

04 Dicembre 2025

L'intervista a Daniel Lewis

Ci salveranno gli alberi?

Di Ginevra Barbetti

Mentre il mondo attraversa la trasformazione ambientale più rapida della nostra storia, osservare gli alberi può aiutarci a garantire un futuro agli umani e al pianeta. Grazie a qualità cruciali: memoria del passato, condivisione anziché competizione, capacità di adattarsi.

In questa intervista sul suo premiatissimo libro "Dodici alberi", Daniel Lewis spiega perché è nelle loro storie che possiamo, dobbiamo trovare le radici profonde del nostro futuro. E un modello alternativo di convivenza.

Daniel Lewis cinvita a osservare il mondo naturale come fosse un grande archivio in movimento, e Dodici alberi. Le radici profonde del nostro futuro nasce proprio da questo sguardo. Storico ambientale, scrittore e docente universitario, da anni lavora come curatore per la storia della scienza e della tecnologia, affiancando alla ricerca unintensa attività divulgativa e un impegno internazionale nella conservazione delle specie. Le sue esperienze accademiche dal Caltech ai programmi post-dottorato tra Oxford, Smithsonian e Monaco hanno affinato una prospettiva capace di connettere scienze biologiche, cultura e società, prospettiva che guida anche il racconto di questo libro.  

È con questo bagaglio che Lewis ci accompagna in un viaggio attraverso paesaggi e discipline, per scoprire come gli alberi possano raccontare la storia stessa della Terra. Si parte da Melbourne, dove gli alberi hanno persino un indirizzo email per segnalare eventuali problemi. Ma gli abitanti, invece delle comunicazioni ufficiali, hanno iniziato a inviare messaggi affettuosi, ringraziamenti, addirittura scuse per non averli notati prima: «Credo sia la prova che ognuno di noi ha un rapporto personale con il mondo naturale, che ne siamo consapevoli oppure no spiega Lewis – È un legame che va dallaria che respiriamo, agli alberi con cui entriamo in relazione, fino ai microorganismi del nostro microbioma». Questo ci porta a riflettere sulla nostra capacità di percepire ciò che ci circonda, su quanto siamo ancora in grado di riconoscere le presenze che abitano i nostri spazi e influenzano senza voce la nostra esistenza.  

Ritratto dell’autore Daniel Lewis con un albero.
Crediti fotografici di Preston Sowel.

«Il mondo di oggi sta attraversando la trasformazione ambientale più rapida della storia umana», continua. E mentre il clima cambia, noi torniamo, insieme a ricercatori, etnobotanici, comunità indigene e gruppi di studio, a osservare gli alberi con un’attenzione nuova, per capire come funzionano, perché reagiscono ai mutamenti e cosa possano insegnarci. Il libro segue questo movimento, in qualche modo collettivo: dai laboratori ai musei, dalle chiome delle sequoie alle radici sommerse delle piante che vivono tra fango e correnti, dai deserti del West americano alle giungle del Perù.
Le domande che nascono durante il cammino, tra le pagine, sono tante: cosa succede quando una specie scompare dal suo ambiente ma sopravvive in un giardino botanico? Come si ricostruisce il patrimonio genetico di un albero perduto? Cosa può raccontare un tronco che conserva tracce di ere remote? E quale lezione offre un organismo capace di vivere per millenni? 

Per Lewis, gli alberi rappresentano un modello alternativo di convivenza: «Penso siano lantitesi della competizione. Si sono evoluti per essere cooperativi, per condividere, per offrire le loro ricchezze in molte forme diverse. La loro forza nasce dalla rete, non dallisolamento».
E il pino dai coni setolosi del Gran Bacino lo dimostra chiaramente: cresce lento, resiste al vento e alla neve, porta nel proprio legno la memoria dei millenni. I suoi anelli registrano siccità, temperature, incendi e oscillazioni climatiche con una continuità che nessun documento umano può eguagliare: «Gli alberi ci mostrano che è utile pensare al tempo in segmenti molto più lunghi di quelli rappresentati da una vita umanaci permettono di riflettere non solo sul presente, ma sui secoli a venire», afferma.

Pino dai coni setolosi del Gran Bacino.
Foto di Rick Goldwaser, licenza CC 2.0.

Queste sue storie attraversano continenti e simboli: la sophora di Rapa Nui aiuta a ricostruire la foresta perduta dellisola; il cipresso calvo conserva nella propria struttura la grande siccità che travolse la Colonia di Roanoke; il pino palustre rivela come interi ecosistemi dipendano da equilibri delicati e spesso fraintesi. A essi si affiancano il sandalo, lebano, la sequoia, lolivo, leucalipto, il baobab, il kapok e Hymenaea protera, specie estinta ma ancora presente nelle resine fossili: dodici figure che compongono ununica narrazione di trasformazioni e adattamenti. 

«La distruzione degli ambienti boschivi indebolisce la biodiversità ed erode l’identità culturale continua Lewis non scompaiono solo ecosistemi, ma anche storie, memorie, orientamenti. Una delle difficoltà della tecnologia moderna è la fissazione che esercita sulle persone. Non riusciamo a distogliere lo sguardo dai nostri schermi e dispositivi. Le tecnologie che abbiamo creato hanno finito per rinchiudere le nostre memorie: sono ormai contenute soprattutto nelle macchine». Per questo il racconto diventa uno strumento indispensabile: «La narrazione permette a chi sta ai margini della scienza chi non la comprende o ne ha timore di diventare partecipe delle sue storie» 

Lewis definisce Dodici alberi un romanzo “bioistorico”: la trama della vita vegetale può avvicinare alla conoscenza ecologica, e il tema della rigenerazione lo attraversa totalmente. Pur ricordando che sulla Terra rimane solo metà degli alberi presenti allalba dellagricoltura, lo scrittore rifiuta lidea dellirreversibilità: «Non è mai troppo tardi per rigenerare. È una delle lezioni degli alberi: anche quando la fertilità del pianeta diminuisce, può comunque rinascere; un piccolo germoglio può diventare un albero immenso. Non è un fallimento della scienza, è un fallimento dellimpegno collettivo». 

Una foresta di cipressi calvi.
Foto di Claudiok55, licenza CC 4.0 BY-SA.

Da dove può partire questa rinascita? «Le politiche determinano i modi in cui siamo chiamati a prenderci cura degli alberi. Leducazione definisce come trasmettere questa responsabilità agli altri, soprattutto ai bambini. E il racconto mantiene vivo linteresse e ci ricorda che ognuno di noi ha una parte in gioco». 

Sul piano simbolico, afferma che «gli alberi non sono un ultimo ponte tra sacro e materiale, ma veri “integratori”. Ci offrono un modo essenziale per pensare insieme scienza, mito e religione, perché hanno abitato tutti questi ambiti». Per tornare al cuore della sua visione: «La scienza è fatta di storie o almeno, dovrebbe esserlo. Da comunicare non solo agli scienziati, ma al resto del mondo, se vuole essere compresa. Nel momento in cui la faccio nostra, grandi cambiamenti sono possibili per il pianeta». Dobbiamo quindi imparare a guardare la Terra con uno sguardo attento. Gli alberi, con la loro esistenza lunga e interconnessa c’insegnano, mostrandocelo, che il futuro dipende dalla continuità della cura, dalla dedizione e dalla volontà di condividere un destino comune. 

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